Volontà e Creatività nel Judo

 
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n. 0 - 25/06/2010 - autore B. Carmeni
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Introduzione
Ho dedicato la mia adolescenza al judo e non so per quale motivo ma ad un certo punto ho deciso di condurre una vita imperniata su di esso. Spesso mi pongo la domanda: perché ho deciso di riversare anima e corpo in questa disciplina? L'unica risposta che riesco a darmi è che in essa trovo l'essenza della vita umana: un'oscillazione tra alti e bassi, tra vittoria e sconfitta. In effetti ogni giorno affronto delle vicissitudini che mi possono portare all'esaltazione inneggiando al trionfo oppure alla tristezza assaporando l'amaro dello scacco. Stati che vivo alternativamente nell'arco di tutta la mia vita e che non si verificano soltanto nella pratica del judo, ma anche in molti altri sport.
La nostra attività è basata sul contatto fisico continuo, praticandola con intensità si arriva ad una purezza interiore che va al di là delle parole e dei principi teorici. Lo spirito di questa arte impone una certa etica, aiuta a controllarsi davanti a contraddizioni e difficoltà impreviste ed è di supporto per penetrare nel più profondo significato del mondo in cui si vive.
Con questo non intendo dire che sono alla ricerca del significato della vita tramite il judo, ma sento l'esigenza di appoggiarmi a qualcuno o qualcosa in cui credere, su cui fare affidamento. Molte persone provvedono in altro modo a questa "spiritualità", dedicando la propria vita alla letteratura, alla musica, alla pittura oppure ad altre arti. Vi sono anche molti sport praticati in vari paesi che possono avere uno scopo analogo.
Di sicuro il judo è profondamente legato al modo tradizionale di combattere del guerriero giapponese e le arti marziali in genere insegnavano lo sviluppo di un profondo autocontrollo per superare il conflitto con l'avversario, di conseguenza era indispensabile una profonda conoscenza di sé stessi! L'abilità autocritica ha origine nella nostra parte più intima, permettendo un'analisi che ci rende capaci di essere obiettivi e di scoprire in quale direzione conviene svilupparsi. In altre parole, soltanto tramite la identificazione delle nostre forze e debolezze innate si può arrivare a superarle trovando la "Via".

Il judo è un'arte marziale?
Il dibattito su "se il judo sia uno sport oppure no" è aperto. Rispondere a bruciapelo non è possibile, in quanto neanche in campo internazionale si è arrivati ad una presa di posizione precisa, pertanto sono indispensabili tempo e molta riflessione. Personalmente non sono d'accordo con coloro che asseriscono che il judo sia un'arte marziale e come tale completamente diversa dagli altri sport. Senza dover entrare in merito a metodi pratici ed agli aspetti spirituali, entrambi implicano contrasti e scontri che si svolgono secondo regole prestabilite. L'ampio uso generale della qualificazione di marziale da parte di alcuni autori occidentali in merito all'arte del combattimento può essere fuorviante. Si potrebbe, per esempio, essere indotti a presumere erroneamente che il guerriero prototipo dell'uomo marziale fosse il solo creatore di tali arti o fosse l'unico a praticarle. Ma qual'è la differenza tra arte marziale e sport?
Marziale etimologicamente è legato a Marte, il dio romano della guerra.
Tale assunto potrebbe indurci a qualificare le specializzazioni del combattimento come arti belliche e quindi a riferirle quasi unicamente al campo di battaglia ed alle partecipazioni collettive di uomini e di materiali protesi ad uno scontro piuttosto che a confronti individuali;
Sport per definizione indica un divertimento, un pretesto per fare del movimento il tutto senza altre vedute. Può essere praticato con abilità tecnica e con lo spirito della competizione che risveglia l'ardore e quindi aumenta l'interesse.
Il punto divergente tra strong>arte marziale e sport è che nella prima la tecnica viene impiegata in un contesto reale di combattimento e persegue un ideale totalitario, mentre il secondo è stato esaltato in generale per i suoi ideali democratici. La nozione di sport appare quando l'attività fisica sottintende l'idea della competizione. Herbert ha dato la seguente definizione di sport: È sport tutto l'esercizio o l'attività fisica avente per principio la realizzazione di una forma e dove l'esecuzione si basa essenzialmente sull'idea della lotta contro un elemento definito: una distanza, una durata, un ostacolo, una difficoltà materiale, un pericolo, un animale, un avversario e, per estensione, sé stessi.
Credo che un grande numero di persone al mondo siano interessate al judo in quanto trasportate da un certo entusiasmo e molti sono anche attratti prima di tutto per le sue qualità mistiche orientali. L'intangibile, il mistero e l'invisibile fanno da catalizzatori, diventando elementi di stimolo alla pratica di questa disciplina. I giapponesi affermano che ciò che è di grande appeal per gli occidentali è una parte naturale ed integrante della loro personalità nazionale, del modo di pensare, dell'etichetta, dei costumi e della tradizione. Tutti gli aspetti apparentemente mistici del judo non sono altro che il fondamento del vivere quotidiano di questo popolo orientale.
Malgrado la tradizione giapponese dia rilevanza all'idea della forma e della bellezza in tutte le sue sfaccettature, il convenzionalismo praticato ad oltranza può spesso risultare di una inaudita freddezza. Sicuramente i gradi ed i vari generi di formalità sono di origine spirituale, ma le sue espressioni possono rasentare l'automatismo inumano.
Quando le convenzioni giapponesi, come nel caso del judo, vengono svolte negli incontri internazionali o nazionali i giudici fanno uno sforzo nel proferire termini come hajime (iniziate), mate (fermatevi), ippon (punto) etc. Molti usano queste espressioni nipponiche salutandosi con un inchino come è consuetudine fare in Giappone, aggiungendovi poi una stretta di mano tipica invece della propria nazione. Questo modo di fare misto è naturale ed appropriato. Ogni nazione ha dei modi diversi di salutare e di fare altre cose, il punto importante sta nel termine "appropriato", ovvero ciò che si fa è adatto all'occasione ed alla persona, è una espressione di sincerità. Le caratteristiche originali del judo sono sempre le stesse, sia che venga praticato in Giappone od in altri paesi, ma con il passare degli anni ed il modo di esprimersi in Occidente è stato inevitabilmente modificato.
I giapponesi si rifanno per tradizione allo spirito dei samurai ed alla raffinatezza in esso contenuta, basi fondamentali per questo popolo, mentre gli Occidentali si basano su costumi spirituali propri, che differiscono da nazione a nazione. Per esempio i tedeschi si distinguono per la razionalità, gli italiani per la genialità, gli americani per lo spirito di libertà e così via. Il maestro Minoru Kawaishi, uno dei padri del judo europeo, che aveva capito queste differenze ha lasciato scritto quanto segue:
Ogni nazione possiede costumi e sistemi di vita che la differenziano dalle altre ed il Giappone non fa eccezione; in essa infatti è spiccata la differenza etico sociale dalle altre nazioni. E in riferimento al loro modo di pensare e comportarsi è nato il judo. Trasportare di sana pianta questa pratica orientale in Europa e pensare di farla crescere e prosperare seguendo di pari passo i suoi principi di insegnamento giapponese senza adattarla alla mentalità occidentale è un errore molto grave. Ho avuto modo di visitare diverse nazioni e nel corso di questi viaggi ho potuto verificare che il judo insegnato non è adatto a questa mentalità. Intendiamoci, non è il judo che è sbagliato e la colpa non la si può attribuire alle persone che lo trasmettono, è il metodo d'insegnamento che non è appropriato. Questa è la ragione per la quale ho ideato un metodo destinato agli europei. Questo sistema, che è stato primariamente assimilato con grande successo dalla Francia, in seguito ha trovato riscontro nelle altre nazioni. Il suo scopo è di far conoscere, nell'insieme, il judo originale giapponese lasciando, inizialmente, da parte alcune tecniche considerate pericolose per gli Occidentali, in quanto eseguite con il vero spirito del judo originario del vecchio jujutsu. In Europa il judo si sviluppa tardivamente rispetto ad altri sport da combattimento come il pugilato e la lotta, che hanno raggiunto la giusta maturità. Tutte queste differenze d'origine, di mentalità e d'ambiente, mi hanno dato lo spunto per studiare un metodo, differente nella forma dalla pratica del judo nipponico.
Jigoro Kano (1860 - 1938) scrisse che il vero spirito del judo è temperare il corpo e lo spirito attraverso le tecniche di attacco e di difesa contribuendo al miglioramento del mondo. Ovviamente tutto ciò che scaturisce da questa ricerca tecnica varia da un individuo all'altro, ma sono convinto che una tale moltitudine di opzioni è di per sé un'ottima prova delle grandi possibilità che il judo offre. Ci sono molte cose da apprendere in questa disciplina così come le molte motivazioni ed i processi coinvolti nella sua pratica. Ho conosciuto judoka che consideravano le gare come momenti estremi della loro vita e che erano pronti a giocarsi tutto sulla vittoria.

L'esperienza personale
Guardando il mio trascorso mi accorgo di avere partecipato a moltissime competizioni sia nazionali che internazionali. Qualche volta ho gioito nell'ebbrezza della vittoria, ma ho anche conosciuto il dolore e le lacrime della sconfitta. Ogni incontro era il risultato di un lungo programma d'allenamento che improvvisamente diventava decisivo a favore mio o dell'avversario. Questa è la ragione per cui ricordo ognuno di questi incontri come ad uno dei maggiori eventi della mia vita. Ammetto francamente che non ho mai partecipato ad un campionato senza la tensione e determinazione richieste da un fatto così importante, vinto o perso che fosse. Tutti gli incontri sono imprevedibili in quanto un judoka fisicamente forte ha sicuramente anche dei punti deboli che, se scoperti dall'opponente, portano allo scacco. E' il motivo per cui nell'allenamento quotidiano è importante scovare le proprie "fragilità" e sconfiggerle. Colui che è bravo nell'attacco spesso trova il suo neo nella difesa e viceversa; la cosa migliore da fare è correggere gli errori, dando massima attenzione alle proprie capacità con il fine di creare un stile personale.
Capire i motivi per cui certe tecniche portano alla disfatta è materiale degno di nota per il proprio miglioramento. Dalla vittoria o sconfitta non si apprenderà nulla a meno che non ne vengano analizzate le ragioni che le hanno causate. Solamente colui che apprende a capire se stesso attraverso gli allenamenti e le gare, che acquista sicurezza, che gusta la felicità della vittoria e che continua a svilupparsi oltre le proprie possibilità, può dire d'aver trovato il vero successo nel judo. Ma attenzione, un'eccessiva sicurezza di sé può essere pericolosa, può creare il crollo dell'abilità, crea instabilità e spesso può anche portare alla sconfitta. Le relazioni strettamente legate al successo o all'insuccesso sono estremamente importanti, tanto da chiedersi se un judoka che vince sempre, uno che non conosce l'amarezza della sconfitta, sia veramente un essere umano. Il vero campione è colui che sa sempre che esistono due facce della stessa medaglia e che in ogni trionfo è possibile trovare il seme della disfatta. Essere coscienti di ciò e conoscere le proprie forze e debolezze è un modo per progredire e sviluppare uno spirito più forte; riconoscere la sconfitta vuol dire essere il vero vincitore.

La forza di volontà
Colui che perde sempre può scoprire una forza interiore speciale, quando malgrado i dispiaceri che prova continua ad allenarsi, a non fermarsi e a riprovarci fino a quando supera le difficoltà che gli si pongono davanti. Non raggiungerà necessariamente l'obiettivo della vittoria in gara, ma la sua perseveranza contribuirà a forgiare uno spirito forte, calmo e freddo come il ferro. In questo senso uno dei significati del judo è proprio: apprendere come vincere, mentre apparentemente si perde. Gli ostacoli che ogni judoka deve affrontare sono molteplici, questo è il motivo per cui do il massimo valore alle condizioni che determinano la vittoria o la sconfitta. Infatti in questa ottica l'esito dell'incontro non ha importanza, in quanto ciò che conta è che nel judo ognuno deve essere consapevole del fatto di poter esclusivamente contare su sé stesso. Più importante sarà l'incontro, tanto più grande sarà l'impegno nell'affrontare l'avversario.
Ricordo che vi sono stati dei periodi in cui nonostante fossi intriso di una sensazione di sicurezza molto forte, la preoccupazione era comunque costantemente presente, una specie di timore dell'avversario. Appena entravo nel luogo di gara si faceva sentire l'apprensione, una sorta di reazione mentale automatica che subentrava quando raggiungevo un certo livello di eccitazione causato dalla tensione. Avvertivo inappetenza malgrado non avessi mangiato oppure continuavo a parlare senza tuttavia sostenere una conversazione sensata, tanto è vero che una volta i miei compagni di squadra mi chiusero nello sgabuzzino pur di farmi stare zitto. Un senso di insicurezza mi pervadeva, ma cercavo di occultare il tutto affinché i miei avversari non potessero cogliere queste mie paure. Qualche volta prima della gara mi rifugiavo in un angolo tranquillo per invocare qualche forza sovrannaturale, quale ultima risorsa di una persona spinta ai propri limiti. L'unica cosa che mi restava da fare era concentrarmi a tal punto da poter mettere in campo il meglio di me per combattere come se fosse stato il mio ultimo incontro. Era un po' come andare in guerra senza sapere se si sarebbe fatto ritorno a casa.
La forza e l'abilità tecnica non possono da sole assicurare la vittoria, vanno coordinate con un attività mentale molto acuta. Dovevo essere pronto a prevedere gli attacchi dell'avversario e nel contempo valutare le sue reazioni ai miei oppure fargli credere di avere il predominio cogliendo poi immediatamente l'opportunità e proiettarlo. Questa predisposizione ad uno spirito combattivo è composta a mio avviso da due elementi inseparabili: la forza fisica ed il potere spirituale, se manca o l'uno o l'altro è difficile centrare l'obiettivo della vittoria se non impossibile. Dopo aver partecipato a numerose gare ho appreso a controllare l'inesperienza e le reazioni emotive, che sono l'inevitabile risultato della nostra immaturità quali esseri umani.
Una volta iniziata la gara mi sentivo completamente staccato da tutte le cose esterne, inclusi gli spettatori. Vivevo in uno stato ipnotico, essendo molto in tensione e pervaso da uno strano tremolio. Questo stato mi portava poco prima dell'incontro ad evitare di parlare con conoscenti. L'unico mio desiderio era di stare da solo per potermi concentrare e non mi serviva alcuna parola d'incoraggiamento. A man mano che mi avvicinavo alla finale sentivo che era arrivato il momento in cui dovevo dimostrarmi le mie capacità.

Il kiai
Ricordo che durante gli incontri ero abituato ad emettere un urlo kiai. I miei amici ed una parte del pubblico pensavano che così volessi dimostrare la mia determinazione, spesso scambiata per spavalderia oppure che fosse una strategia per demolire psicologicamente l'avversario. In realtà il kiai non era altro che uno sfogo delle emozioni che provavo in quel determinato momento, era un modo per coprire la mia paura e quindi di farmi coraggio. In poche parole questi suoni emessi a voce alta erano degli espedienti involontari per dominare la mia insicurezza. E a questo proposito sono convinto che "non si può essere veramente forti senza avere dei punti deboli".
Oggi i combattimenti si svolgono nel tempo massimo di 4/5 minuti, quando gareggiavo le eliminatorie duravano 6 minuti, le semifinali 8 e le finali 10 (non esisteva il recupero). In questo arco di tempo cercavo di applicare al massimo quanto appreso in allenamento ed immaginavo che anche il mio avversario avesse lo stesso intento. Spesso sapendo con chi mi dovevo incontrare in gara, mi allenavo in modo mirato sui presunti punti deboli e di forza del mio rivale. Anche se mi sottoponevo a degli allenamenti estenuanti, facendo degli esercizi speciali per rinforzare le gambe ed i piedi, dato che gli ashi-waza erano la mia specialità, senza naturalmente trascurare le braccia non penso che sarei riuscito ad aver tutti questi esiti positivi senza un forza di volontà adeguata.

Gli infortuni fisici
Oltre alle molte affermazioni personali nella mia carriera da atleta ricordo anche una serie di infortuni. Ho avuto delle lesioni ad entrambi i menischi, degli stiramenti ai legamenti incrociati delle due ginocchia, delle microfratture e lussazioni ai gomiti, alle spalle, alle dita delle mani e dei piedi, così tante da doverne portare le conseguenze anche oggi. Tutto questo mi ha permesso di sapere come il mio corpo reagisce al dolore ed alle ferite e quanto impiega per il recupero. Non è che questi danni siano un grande vanto, anzi è meglio non farsi mai male!
Ma penso che valga la pena nel soffermarsi sulle loro cause, che spesso vanno ricercate anche nel profondo del subcosciente oltre che essere una serie fortuita di circostanze: qualche volta mi sono fatto male perché mi trovavo in un'altra palestra con un tatami al quale non ero abituato, altre volte ero contrariato oppure ero fisicamente o mentalmente indisposto oppure mi facevo male per aver fatto uno sforzo eccessivo in una data azione.
Per poter prevenire un eventuale incidente è estremamente d'aiuto l'essere a conoscenza delle proprie condizioni fisiche e mentali. Soltanto allora si è in grado di capire che a volte è meglio fermarsi prima di incappare in una situazione psicologicamente insostenibile, che può lasciare delle tracce molto più serie della ferita fisica.
In caso di uno stop forzato, molti non hanno una grande forza di volontà per recuperare veramente. In seguito ad un infortunio, nel primo mese hanno voglia di riprendere la pratica, ma se la situazione di convalescenza dura due mesi cominciano a dubitare delle proprie capacità fisiche. Se poi arriva il terzo mese la stanchezza mentale è tale da spingerli a pensare di allontanarsi dalla pratica del judo per poi successivamente abbandonarla completamente.
Personalmente non ho mai seguito questo schema. Ho sempre creduto che non possono esistere ferite tali che dopo l'opportuno riposo possano impedire la ripresa degli allenamenti. Chi lascia di solito è chi è debole psicologicamente. Chi si arrende alle ferite non può pensare di vincere in gara. Dato che lo scopo primario delle arti marziali è di arrivare a dominare se stessi, il cedere alle ferite diventa motivo di vergogna. Non a caso quando un incidente rende il corpo inefficiente è il momento per temprare con maggiore vigore lo spirito.

Il futuro judoistico
Malgrado abbia smesso la pratica agonistica da circa 40 anni, nel 2005 mi preparai a partecipare ai Campionati Mondiali Master. Il mettermi di nuovo in discussione mi ha ricreato quella tensione che sentivo quanto affrontavo una gara di judo da giovane. Per tre anni, dal 2005 al 2007, sono tornato a vivere le apprensioni e paure prima di un incontro importante. In seguito a queste nuove esperienze agonistiche, nel sogno spesso rivivo l'incontro decisivo, è come vedere un filmato al rallentatore e mi ritrovo a rigirarmi nel letto cercando di capire quali sono stati i miei errori o come ho portato una data tecnica con successo.
Ora ho smesso definitivamente con l'agonismo. Sono interessato a far capire alle nuove generazioni che soltanto con l'entusiasmo possono arrivare alla vittoria. Il judo non è un'attività superficiale che si può facilmente esaurire. Non credo che un judoka che abbia passato la maggior parte della sua vita sul tatami possa lasciare completamente la pratica e mettersi in pantofole davanti alla televisione oppure discutere di politica stando seduto al bar o ai giardini pubblici. Io e tutti gli altri della mia età, tutti uniti dobbiamo contribuire alla crescita di questa disciplina dando il meglio delle nostre abilità. Il compromesso e la pigrizia ci conducono alla stagnazione e quindi non produciamo alcun progresso. Il nostro dovere ora è di educare in noi stessi la forza di volontà e la creatività per amore del judo da trasmettere alle generazioni nuove.
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