Negli anni '50 a Roma, per un giovane, non vi erano certamente molte possibilità sia di divertimento che di pratica sportiva. Ero un ragazzo di quindici anni (1955) quando degli amici mi proposero di iniziare la pratica della "lotta giapponese" o judo, sino allora un termine a me sconosciuto. Incuriosito domandai "che cosa è il judo", "di che cosa si tratta?". "Non ti preoccupare vieni con noi" fu la risposta. Mi portarono in uno scantinato di via Corvisieri (non molto lontano dall'attuale Centro Sportivo delle Fiamme Gialle di Roma); trovai quaranta sacchi di iuta pieni di segatura che dovetti sistemare assieme ai miei amici, mettendoli uno a fianco all'altro all'interno di un quadrato formato da quattro pali di legno che lateralmente avevano inserite delle viti ad occhiello.
Una volta disposto il quadrato di sacchi, lo coprimmo con un telo di camion che fu ancorato, tramite una corda, alle viti ad occhiello. Ma dei ciocchi di legno affioravano dai sacchi, allora con gli zoccoli "martellavamo" fin quando non venivano affossati. Questo per me fu il primo approccio con il tatami.
Ora si trattava di iniziare la pratica, ma non avevamo né un maestro, né un judogi, nessuna cintura. Un nostro amico più evoluto che frequentava l'università, ci disse che aveva visto praticare il judo al Centro Sportivo Universitario, ci confidò "Non è difficile, a casa ho un manuale tecnico con il quale potremmo cominciare la pratica", ma qualcuno fece osservare che non avevamo l'abbigliamento sportivo adatto. L'amico, persona molto pratica, risolse il problema annunciando "potremmo prendere delle tute mimetiche militari e ritagliarle a forma di kimono", qualcuno domandò "E la cintura? Non abbiamo soldi per acquistarla!", "Nessun problema", rispose l'amico ingegnoso "utilizziamo della corda". "E per i pantaloni?" "Potremmo utilizzare dei pantaloncini".
Quando qualcuno fece notare che in quel locale non circolava l'aria in quanto privo di finestre, cominciammo a pensare che era meglio lasciare perdere e cambiare sport, magari giocare a calcio con una palla di pezza (il pallone di gomma aveva dei prezzi proibitivi per noi). Ma il nostro solerte studente di ingegneria ebbe un'idea luminosa. Essendo il locale un seminterrato, tipo garage tanto per intenderci, riceveva un po' di luce solare tramite dei "bicchieri" di vetro rivolti verso il basso (l'antiseniano dell'attuale vetro cemento) e incassati nel cemento della pavimentazione che fungeva da marciapiede proprio sopra di noi. Si pensò di romperli in qualche maniera affinché l'aria esterna arrivasse all'interno! Era un rudimentale convogliatore d'aria!
La doccia era una cosa incredibile! Dall'ingresso del passo carraio, proprio poco più avanti dell'accesso al locale, fu montato un tubo di metallo che arrivava in un antro della sala al quale fu montata la "cipolla". Con una canna di gomma, che passava dalla finestra dell'appartamento della portiera, si avvitava al rubinetto della cucina, quindi un altro pezzo di canna di gomma veniva collegato al tubo di metallo. Il sottoscritto, in quanto il più giovane, doveva tenere collegati le due canne affinché l'acqua arrivasse all'improvvisata doccia, con somma delizia degli amici che si rinfrescavano. Data la pressione dell'acqua era difficile tenere collegate le gomme, quindi alla fine ero proprio io ad essere inzuppato fradicio. Così iniziò la mia avventura con il judo.
Ora chi legge può pensare che stia descrivendo un racconto dell'età della pietra, oppure che mi sono inventato il tutto. Purtroppo le cose sono veramente andate così! (sic).