Rubrica di Piccola Posta "Yubin-Baro" N. 03

 
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n. 0 - 13/04/1958 - autore B. Beone
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VITA NEL DOJO
Un giorno, memore delle mie passate aspirazioni, decisi di appagare un sogno da molte lune accarezzato e cioè quello di diventare figlia di Jigoro Kano. Presa quindi da sacro furore agonistico mi avviai baldanzosa verso il dojo. Il dojo, per gli ignoranti, è la palestra dove si svolgono gli incontri e dove individui bassi, tarchiati e tracagnotti sono sempre sconfitti da pallidi e deboli giovani, per nulla forzuti e invece piuttosto delicati. Il luogo dove, insomma, la forza non ha alcun valore.

Regolarizzata la posizione amministrativa decisi di provare l'emozione della "materassina" come viene chiamata la grossa e dura stuoia che copriva il pavimento. Sulla stuoia vedevo dei magnifici atleti che si deponevano a terra con grazia e leggerezza. Solo non capivo perché facessero quei tonfi sordi.... Ma era una cosa da scoprire. Che luogo di gentilezza! Mi sembrava però di aver udito una frase come ".....acci tua!", ma senz'altro avevo capito male, perché in un luogo così era priva di senso e stonava con l'ambiente.

Il mio animo si era aperto come un fiore di ciliegio esposto alla tenera luce di un sole tutto nipponico ed io pensai alle geisha ed ai samurai. Dopo pochi istanti, vestita di un kimono candido come la neve che copre le bianche cime del Fujiyama, facevo il mio solenne ingresso sulla materassina, che mi si rivelò più dura di quello che pensassi.

Tutti tacquero e poi risero sgangheratamente....Era forse così che dimostravano la loro simpatia, quei simpatici ragazzi. In quel momento ero in uno stato d'animo celestiale e li amavo tutti. Vedevo belli ed alteri persino quelli che non lo erano. Non sapendo cosa fare mi lasciai andare mollemente sulla materassina ed iniziai ad agitare i pollici dei piedi tutti smaltati di rosso.

Le risate erano cessate..... udii una voce imperiosa: "JUDOKA!!" Non sollevai nemmeno la testa, pensando che fosse il comando per una nuova mossa strategica e nel peggiore dei casi un soprannome di qualche ragazzo, ed io non volevo far vedere che lo avevo capito per non mettere in imbarazzo nessuno. Il grido risuonò più forte e con una intonazione nervosa: " Ahò, judoka!" Ero curiosa di vedere chi fosse il tipo così cocciuto .... Alzai il capo, pronta a sorridere con comprensione, ma il mio sorriso si spense e feci una smorfia quando vidi una trentina d'occhi fissarmi esilarati ed un ultimo paio d'occhi che sembravano volessero fulminarmi. Si rivolgevano a me, non c'era dubbio....ma non ero sicura.

Allora per compiacerli esclamai con voce dolcissima : " Diceee a meee?"
I due occhi neri mi fissarono con rimprovero e disprezzo poi la bocca posta sotto gli occhi fece con durezza: " ngiàaaa !"
Ed io: "Mi scusi sa, ma non avevo capito..."
Vidi i due occhi neri avvicinarmisi ed incominciai a tremare.....lui portava una casacca di indefinito colore grigiastro, tenuta stretta ai fianchi da una cintura penzolante e male annodata, disgustosamente sporca, tanto che aveva assunto una colorazione marrone. Non parliamo poi dei pantaloni.

"Prima di tutto alzati in piedi" ordinò il giovanotto dall'aspetto nervoso che classificai mentalmente con il soprannome di samurai.
Cominciavo ad innervosirmi.... Chi era costui che si permetteva di darmi degli ordini? Non sapeva il tapino che io prendevo ordini solo dalle cinture nere? Comunque ero piena di buona volontà. " Subito " esclamai e scattai in piedi. "primma de tutto" parlò il samurai in un dialetto locale che non mi era nuovo, ma che stonava un po' con l'ambiente nipponico "Primma de tutto tu devi da ssalutà er dojoe".

Il dojo? Chi era? Mi volsi intorno nella speranza che qualcuno mi dicesse: "Molto lieto, sono Dojo". Ma i ranghi rimasero serrati. Allora feci con un sorriso adorabile: "Mi scusi, ma io non conosco nessuno....me lo presenti per favore!" Gli occhi neri fiammeggiarono e si alzarono al cielo disperati.

"Il dojo non è una persona.... è la palestra..... è l'ambiente..... auffa! è la materassina insomma!" Guardai perplessa il samurai. Forse era uscito di senno. Da quando in qua si risalutano i materassi? E poi era un materasso sconosciuto ed io non saluto mai gli sconosciuti, se no pensano che li voglia abbordare. Ma forse si usava in quella palestra. Così con un sospiro, sentendomi un po' ridicola, mi decisi e feci ciao con la manima dolcemente protesa verso il materasso. Il samurai aveva la bava alla bocca dai nervi. Doveva essere un tipo nervoso e qualcuno doveva averlo fatto arrabbiare. Io non c'entravo per niente. "Innanzitutto ti devi inginocchiare, sederti sui talloni e poggiare le mani e la fronte per terra e poi rialzarti".
Mi inginocchiai, cadendo sulle ginocchia, portai le mani in avanti e mi inchinai. Una voce dal fondo fece ironica: "Ahò, fija bella, guarda che qua ce stà Budda e non Allah!" Cercai di convincerli che non ero maomettana, ma penso non mi credessero molto. Incominciavo ad innervosirmi e non riuscivo più a vedere nessuno baldo ed altezzoso ed il samurai mi dava la precisa impressione di un giovane mau mau semi civilizzato. Mi rialzai quindi in attesa di altre istruzioni.

"Ora", proseguì il samurai, "tu ddevi dda salutà la cintura più arta!" Tradussi mentalmente la frase. La cintura più alta! Era un po' difficile trovarla tra venti individui. Tutti la portavano in vista e qualcuno sui fianchi, nessuno l'aveva più alta di lì. Forse il samurai si riferiva all'individuo più alto del gruppo, a quel giovane enorme che stava appoggiato ad una colonna. Scattai con uno sprint formidabile e frenando davanti a lui, tesi la mano e dissi un caloroso "Buona sera, molto lieta". Il giovanotto, preso alla sprovvista mi tese la mano e fece "Bbuona ssera!" ed io tornai felice al mio posto, per il dovere compiuto. Gli occhi del samurai mi guardarono come per dire "Sei tutta da rifà, fija mia!" Poi privo di forze, esausto, mormorò .... "Per cintura più alta s'intende quella di grado più alto e cioè la nera. Siccome la nera non c'è si saluta la marrone... che sono io".

"Mi scusi ancora, la prego, non conosco le regole... "Afferrai la destra del samurai che preso alla sprovvista borbottò: "Piacere, Tullio ..." poi si staccò, facendomi barcollare e urlò: "No-o! Non si saluta così, ma con l'inchino ". Un altro inchino? Ma qui si è fanatici per l'inchino, porca miseria! Oppure erano così educati che magari si salutavano in ogni angolo della palestra e magari dietro la colonna dopo che si erano salutati al di qua della colonna stessa.
Si rispettavano, in fondo per salutarsi così.

Il samurai parlò: "Poiché tu sei principiante, hai bisogno di lezioni a solo. Per te ci penserà mio fratello, cintura verde". E lo disse con orgoglio di famiglia. Si girò verso il gruppo sghignazzante e chiamò: "Ah, Brunooo!" Speravo fosse quel bel ragazzo bruno che stava all'angolo, ma quello non si mosse. Non era lui. Poi i ranghi ondeggiarono paurosamente ed un piccolo mostro preistorico emerse fra di loro urlando: "Ecchime-è !". Il samurai mi spiegò che dovevo salutare anche questo; ma io ero restia. Quanti saluti! Alla fine lo salutai ed il samurai fece: "A voi" e se ne andò.

Scrutai il preistorico non sapendo che fare. Sembrava invece che lui lo sapesse quello che doveva fare, perché mi vidi afferrare, sbatacchiata, vidi tutto vorticare intorno a me e cadere, cadere......
Mi ritrovai in piedi e poi ancora sulla stuoia. Non riuscivo a capire come potevo passare dalla posizione verticale a quella orizzontale. Ed ancora in piedi sulla materassina ed in piedi e sulla materassina e così via. Alla fine boccheggiai: "Basta !"

Il preistorico non si scompose e continuò a sbatacchiarmi per terra. Allora mi arrabbiai e presa la rincorsa gli saltai addosso, strappando, mordendo, graffiando. Un urlo di dolore mi avvertì che avevo fatto centro. Mi staccai e mi ritrovai con un pezzo di manica di kimono, che non era il mio, in mezzo ai denti ed un ciuffo di capelli fra le mani, mentre il preistorico si teneva ancora un orecchio sanguinante. Il samurai venne da noi e mi costrinse a salutarlo ancora. Mi sentivo una marionetta, così decisi di salutare un po' tutti per non sbagliare, ed incominciai a distribuire inchini a destra e sinistra. Alla fine della serata avevo la schiena curva e la gobba. Infine indossai i miei vestiti ed uscii. Ero a pezzi.

Per diversi giorni rimasi dolorante e rovinata; poi decisi di sostenere la seconda lezione. Stavolta, dopo essermi rivestita con il kimono, entrai sulla materassina, mi inchinai regolarmente, salutai il samurai con un profondo inchino, ma arrabbiata ancora contro il preistorico, non lo degnai nemmeno di uno sguardo. Stavolta ero decisa a non farmi sopraffare da nessuno, nemmeno dal samurai stesso, che poi invece si rivelò un piccolo dio del Judo.

Mi piantai saldamente sulle gambe, pronta a sostenere qualsiasi urto, e tirai fuori una grinta da carro armato. Il samurai mi venne incontro sorridendo con 64 denti, forse per propiziarsi me, temibile avversaria. Quindi mi afferrò con forza per il bordo della casacca, tanto che mi fece venire di botto il torcicollo, e mi disse, quasi intimando "Presa !". Lo trovai poco spiritoso e poco furbo. Lo avevo visto che mi aveva presa, anzi credo lo avessero visto tutti. Allora feci scocciata: "Già !". Il samurai mi guardò e ordinò: "Presa" guardando con intenzione le mie braccia che penzolavano lungo i fianchi. Io naturalmente lo trovai sempre meno spiritoso e sbottai: "Già !" con tono seccato. Finalmente il samurai capì che non avevo capito, perché stava per dire "Presa" con voce tonante ed io avrei ripetuto "Già" fino alla fine della serata e allora si fermò. Mi fece afferrare i risvolti del kimono, poi con mossa improvvisa mi fece lo sgambetto ed io mi ritrovai a terra. Era vizio di famiglia quello di sbatacchiare le persone per terra! Ma io stavolta ero ferrata. Mi rialzai prontamente per ritrovarmi ancora a terra. Allora guardai con sommo disprezzo il samurai, che per giunta sghignazzava felice della sua trovata.
(continua ?)

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